#BootlegConsiglia: ”Twelve Letters” di The Leading Guy

Oggi Leslie vi parla, per la rubrica #BootlegConsiglia, del nuovo disco del talentuoso Simone Zampieri, in arte The Leading Guy, che con il suo ”Twelve Letters” riporta sulla scena una splendida ventata di folk rock.

Prodotto da VignaPR e distribuito da Sony Music Italy, l’album è stato pubblicato il 3 Maggio 2019, poco dopo l’inizio di un lungo tour – cominciato appunto il 2 maggio – che vede THE LEADING GUY partecipare al tour di 19 date, di ELISA, una delle voci più rappresentative del pop nostrano. Inoltre, in parallelo, potete ascoltare The Leading Guy cantare in italiano per “Faber Nostrum”, disco tributo a Fabrizio De Andrè uscito lo scorso 26 aprile, che lo ha visto realizzare una personalissima versione di “Se ti tagliassero a pezzetti”, ruvida ma al contempo carezzevole.

Ma questo è il momento di ”Twelve Letters”, di cui avevamo avuto assaggi deliziosi con i singoli ‘Land of hope’, ‘Times’ e ‘Oh, brother’, e che contiene – come da titolo – dodici lettere scritte “a cuore aperto”, rivolte a persone vive e a persone che non ci sono più. Lettere in cui, a seconda del destinatario, cambia il registro stilistico e varia l’umore, pur mantenendo la costante del pop-folk, con incursioni nel rock, che rende The Leading Guy internazionale nel sound e nelle intenzioni musicali. Tra le note di questi brani si sfiora il ricordo di quelle sensazioni che abbiamo perso e che accompagnavano la scrittura, l’invio, l’apertura di una lettera, oggi sostituite dall’immediatezza di email e messaggi istantanei. E con queste dodici lettere l’autore si avvicina all’ascoltatore ricreando i contorni sonori di un contatto personale ed intimo, da concretizzare ancora meglio da sopra un palco.

”Twelve Letters” si apre con ‘Black’, una sorta di sogno di evasione, esplicitamente descritto da strofe come ”in my mind we’re running free’‘; le melodie sono pure e battagliere, la voce di The Leading Guy decisa e accattivante. La seconda traccia è ‘Land of hope’, che invita verso un orizzonte fatto di speranza, un brano dedicato ai desideri e alla bellezza che si sprigiona nel condividerli, mentre si canta al ritmo di chitarre e batterie che si mescolano a una voglia di battere le mani, tutti insieme, presi dalla voglia di partecipare. ‘The Temple’ è un vero e proprio racconto, legato ad un romantico futuro ancora da disegnare; ‘Free to decide’ è una canzone d’amore che si spiana tra chitarre, tamburi e cori che accompagnano Simone Zampieri fino a sfociare in una sorta di magnifica orchestra ondeggiante, che ci lascia un sorriso sulle labbra e pensieri positivi(”and this song was made for you and me”). ”Don’t be shy, if you dream of your brother’ canta appunto ‘Oh Brother’, brano che vuole essere un abbraccio universale, un conforto comune o, come afferma l’artista, “una stampella emotiva per chi rimane ed è costretto ad affrontare un vuoto che non pensava possibile”. Ascoltare brani del genere fa venire davvero i brividi e non per nulla alla sua lavorazione hanno messo mano anche musicisti e addetti ai lavori di assoluto prestigio e fama nazionale e internazionale, come il produttore e sound designer Taketo Gohara e il Maestro Stefano Nanni, arrangiatore e direttore della sezione archi degli Edodea; non manca poi una seconda voce femminile, che intende dare un effetto riverberato che richiami all’eternità e al concetto chiave che, anche di fronte ad una perdita, non siamo mai veramente soli. Troveremo infatti, dietro l’angolo, un nuovo slancio emotivo, un’anima eterna pronta a consolarci, l’anima eterna che ci abbraccia tutti. Times’ rialza i toni e dalla commozione ci sposta verso la ricerca di sensazioni esclusivamente positive, nell’intenzione di non avere rimpianti e di non dover mai abbandonare la lotta necessaria per raggiungere i propri obiettivi e per conquistare l’amore che si è sempre desiderato. Archi raffinati incontrano chitarre acustiche sulle note ‘In My Town’ mentre ‘Sense of Awe’ racconta un bacio fugace (”you kissed me on the steps behind the church”)  e un amore che se ne va, veloce come è apparso, lasciandone chi ne è stato colpito in una attesa che forse non sarà  mai soddisfatta; ‘Melville’ fa pensare al folk rock statunitense e le melodie si attenuano ad essere ancora una volta dolcissime quando giungiamo a ‘Carry on’, dedicata ad una malinconia positiva ben delineata da sonorità morbide e una sensazione tra l’onirico e il leggiadro. ‘Devil in my arms‘ ha un ritmo altalenante e sinceramente divertente – e divertito – mentre un vortice di felicità colora di tinte variopinte strofe come ”oh Darling, can’t you hear my voice tonight, it’s just you that i’ve been dreaming!”.

L’ultima delle ”Twelve Letters” prende il titolo da una domanda: Can You Hear me Now’?, e narra del cambiamento che si affronta crescendo, quando si raggiunge la maturità, anche nei sentimenti. Una maturità che The Leading Guy continua a dimostrare attraverso le sue canzoni, sempre emozionanti, sempre raffinate, sempre così belle da sembrare provenienti da un altro mondo, o almeno da un paese anglosassone. E non solo per le lyrics in inglese, ma per l’atmosfera preziosa ed estremamente precisa che ne fa da cornice, mentre chi le ascolta può dedicarsi ad un viaggio introspettivo davvero gratificante. E magari, questa volta, decidere di compiere il romantico atto di scrivere una lettera, a chi si ama o anche a sè stessi, regalandosi ancora quelle sensazioni tanto ricercate in questo magnifico disco.

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TLG_shoot_nikonD4-35_credit Carlo Pacorini

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