L’intervista a Martin Finnigan dei The Rainband per Bootleg

Prima del loro straordinario concerto presso Le Mura di Roma, Leslie Fadlon ha avuto l’onore di intervistare il frontman dei The Rainband, Martin Finnigan, in un pomeriggio di febbraio pieno di sole. Prima di farvela sentire via Bootleg su Radio Cusano Campus, abbiamo deciso di farvela anche leggere.

Martin Finnigan è il frontman di una rock band che ha le proprie radici a Manchester, fondata nel 2010 assieme al chitarrista Phil Rainey; amati dai fratelli Gallagher e da Paolo Nutini,si tratta di uno dei nomi di punta del rock britannico contemporaneo. La band è diventata un quartetto quando il batterista Steve Irlam e il polistrumentista Joe Wilson sono entrati nella band, fino ad arrivare alla recente evoluzione a quintetto con l’arrivo di Sam Wilson. Hanno suonato al fianco di band leggendarie come Simple Minds, Ocean Colour Scene e The Kaiser Chiefs e ottenuto un grande successo di critica e pubblico grazie ai singoli ‘Rise Again’ e ‘Sirens’, raggiungendo con entrambi le prime 10 posizioni della classifica ufficiale dei singoli Indie britannici. Omaggio al pilota GP Marco Simoncelli, in aiuto alla Fondazione omonimo, “Rise Again” ha contribuito a raccogliere migliaia di euro.
Nel 2018 hanno pubblicato “The Shape of Things to Come” con Strawberry Moon portandone la bellezza su innumerevoli palchi.

Ma ecco che cosa si sono detti Leslie e Martin.

L: Nel 2018 avete pubblicato un album, ‘’The shape of things to come’’. Che tipo di genesi ha avuto?

M: Il processo di creazione di questo disco è stato sicuramente più veloce rispetto a quello di “Satellite Sunrise”, il nostro primo album, che richiese circa 3 anni di lavoro. In questo caso invece ci sono bastati 12/14 mesi, mentre, appunto, il precedessore necessitò di più tempo perché ciò che andavamo a registrare non ci sembrava avesse la stessa energia dei brani che suonavamo sui palchi. Ci siamo quindi sforzati in studio per cercare di raggiungere sensazioni e suoni simili a quelli del live, e sicuramente è stato necessario del tempo per imprimere  quel tipo di energia nei pezzi.  Ecco che “The Shape of things to come” ha  beneficiato dell’esperienza fatta grazie al disco precedente arrivando più in fretta. Il processo di creazione è stato sicuramente più piacevole, più naturale.

L: Naturale e bellissimo. Ascoltavo un brano di ‘’The shape of things to come’’, ‘Gimme Love’ e devo dire che mi estasiate sempre. Vorrei chiederti quindi cosa ti ha ispirato di più nel songwriting di questo disco.

M: Grazie Leslie. Beh, sono spesso storie personali. Ad esempio nel disco c’è una canzone, ”New York”: che scrissi prima di finalizzare il processo di scrittura dei testi per il disco. In quei giorni decisi di passare alcuni giorni nella Grande Mela, circa tre settimane a Manhattan, dove sono stato tante volte da quando ero bambino. Ma nel 2015, mentre ero lì ho ricevuto una chiamata da mia sorella che mi ha informato della morte di mia madre. Mia mamma era originaria di Liverpool e, nel momento in cui ho ricevuto la notizia, ho camminato per diversi isolati fino agli “Strawberry Fields”. Mentre camminavo, pensavo a lei e un pensiero mi ha fatto soffermare sulla sua canzone preferita dei Beatles. Continuando a camminare ho pensato a “Penny Lane” perchè quando ero giovane lei la cantava e sempre intonava il verso “In my ears and in my eyes” nel modo sbagliato e credo lo facesse intenzionalmente perché ogni volta io la zittivo e la correggevo. Quando ho raggiunto l’entrata di “Strawberry Fields”, ho pensato “No, no, no… era ‘Let it Be'” visto che mia sorella due anni prima la suonò con il pianoforte e io la cantai davanti alla mia famiglia riunita e mia mamma disse che era la sua canzone preferita di sempre visto che era fan dei The Beatles e una cattolica devota, quindi la frase “Mother Mary” creava la perfetta connessione per lei. E la cosa più sorprendente fu quando, arrivato alla placca di “Imagine”, distrutto dentro, mi sedetti su una panchina e subito un busker arrivò e mi si sedette accanto con una chitarra in mano e iniziò a suonare “Let it Be”, non dimenticherò mai quel momento. Ho ancora i brividi ripensando a quel momento, perchè quell’evento così straordinario è stato come un abbraccio giunto dall’alto, in un momento in cui ne avevo molto bisogno e che mi fa credere che lei è sempre con me ovunque io vada. Questa canzone, così personale, mi fa credere che quello che diciamo nei nostri testi debba venire dal cuore; quel pezzo rende il momento in cui scoprii di aver perso mia madre meno amaro, perchè le sensazioni che ho provato in quei momenti mi hanno fatto capire che nulla finisce.

L: Quindi c’è molto di autobiografico nei tuoi brani..

M: Assolutamente sì. Penso debba essere proprio così, mi piace parlare della mia vita e di quella degli altri, che scopro parlando con loro attraverso i loro occhi.

L: Hai una connessione molto particolare con l’Italia, ti va di raccontarci il perchè?

M: Abbiamo iniziato a stringere questo legame con l’Italia intorno al 2012, dopo aver scritto “Rise Again” un tributo a Marco Simoncelli. La mia famiglia infatti è molto appassionata di Moto Gp, mio cognato in particolare è riuscito a contagiare anche i suoi figli e Marco era il nostro motociclista preferito. Quel triste giorno (23 Ottobre 2011), è stato il giorno in cui il Manchester City ha giocato con il Manchester United e ha vinto la gara 6-1 al United’s Ground: tornato a casa, mi aspettavo la famiglia in festa, ma invece i miei nipotini, Jake e Rocco, stavano piangendo. Inizialmente non ne capii il motivo, finchè non mi spiegarono cosa era successo a Marco. E quella per loro fu la prima volta in cui presero coscienza dell’eventualità della morte e la cosa li colpì moltissimo. Scrissi quindi “Rise Again” basandomi su questa esperienza, su quello che ho visto nei loro occhi. Noi, The Rainband eravamo già stati chiamati ad esibirci al moto GP inglese e quella sarebbe stata l’occasione per suonarla, ma scoprendo che Paolo Simoncelli aveva creato una fondazione in nome di Marco, abbiamo preso un volo per l’Italia e gli abbiamo fatto ascoltare il brano. Paolo la apprezzò dal primo momento, dicendo che aveva “lo spirito di Marco”, con un cuore da leone e l’amore per la musica. Ci chiese così di poterla usare come colonna sonora della fondazione. Grazie a quel brano abbiamo potutto devolvernei i profitti alla fondazione (circa 30.000 euro). Dopo aver suonato alle gare di MotoGP del Mugello e di San Marino nel 2012, 2013 e 2014, Paolo Simoncelli mi ha chiesto di diventare ambasciatore della fondazione per il Regno Unito. E questo è qualcosa di cui sono profondamente orgoglioso, una cosa che mi rappresenta ancor prima del fatto di essere il leader dei The Rainband.

L: Complimenti, è una cosa di cui andare effettivamente molto fieri. Grazie a questa speciale connessione sei spesso nel nostro Paese, ma vieni da un Paese altrettanto bello. Com’è crescere da musicisti e da band in un posto come Manchester?

M: Penso che ogni musicista debba confrontarsi con la realtà da cui proviene, ma sicuramente Manchester è molto famosa per la quantità di musicisti che vivono in essa. Anzi, sembra che tutti gli abitanti siano delle rockstar(ride). Sicuramente è la città da dove sono nati  gli Smiths, i Joy Division, gli Oasis, gli Stone Roses e penso sia una cosa estremamente positiva. Amo la mia città, mi spiace solo che molta gente pensi che tutti suonino come gli Oasis. Ma naturalmente tutte le band sono estremamente diverse, quindi può succedere che prendi spunto dai diversi ritmi, stili, riff strizzando l’occhio alle band storiche, ma noi cerchiamo sempre di tirare fuori quella che penso sia la nostra unicità in ogni canzone che produciamo. Anzi, subiamo anche l’influenza di chi viene a Manchester a portare la sua cultura musicale e a Manchester le culture si intrecciano da sempre. Non si parla mai di divisioni. Ed è una cosa estremamente bella, che trasmette un’energia positiva palpabile.

L: Manchester è un po’ una piccola Londra, no?

M: Diciamo che Londra è una piccola Manchester(ride).

L: In ”The Shape of things to come” c’è un brano chiamato ”Warhol”. Ce lo racconti?

M: Certo, ”Warhol” è un brano che riflette il mio amore per gli anni ’60 e per lo stile e la filosofia di Andy Warhol. Una filosofia per cui il cambiamento è un concetto sempre accettabile, un qualcosa entro cui sentirsi a proprio agio e i limiti non esistono. La filosofia di poter cambiare quando si vuole è qualcosa di grande ispirazione. Il brano è nato grazie alla chitarra di Joe Wilson e ai suoi riff sui quali ho iniziato a cantare la strofa ”Tomorrow i’m gonna change”, creando un brano che all’inizio pensavamo di dover rendere più contemporaneo ma che poi si è rivelato perfetto, anche con quel tipo di sound, da incastrare nel disco. Anche e soprattutto per la storia che contiene.

L: The Rainband hanno condiviso, nel tempo, palchi con artisti di vario livello, dai Kaiser Chiefs a Paolo Nutini, passando per i Simple Mind. Qual è il tuo ricordo più bello in merito?

M: Molti dei ricordi più belli sono quelli che ci vedono in compagnia di Paolo Nutini. Le storie da raccontare sarebbero tantissime..ma il mio ricordo preferito è un episodio avvenuto con Paolo a Padova. Io e la mia band avevamo appena finito il nostro set, con una reazione incredibile da parte del pubblico. E non cominciò bene, perchè il manager di Paolo venne a dirci che avremmo dovuto provare a porte aperte – davanti a 8000 persone – o fare un line check. Aprirono gli accessi e noi eravamo sul palco a petto nudo – una sorta di Red Hot Chili Peppers – e abbiamo iniziato a giocare un po’ col pubblico. Quasi mille persone assistettero al soundcheck, fu divertente, ma il meglio arrivò quando fu veramente il nostro turno di suonare, davanti a migliaia di persone. Fu davvero molto emozionante e, dopo, potemmo assistere al concerto del nostro amico Paolo. Iniziò a suonare la bellissima ‘Iron sky’ e all’orizzonte con un perfetto tempismo iniziò a cadere una pioggia leggera (faceva ancora un bel caldo) –  e dei bellissimi lampi nel cielo. Alla fine del brano ci siamo guardati negli occhi come per dirci ”ma l’hai visto?”. E’ un ricordo veramente bello e che ci lega. Inoltre stimo molto Paolo, è un artista incredibile.

L: Ci racconti l’episodio più divertente?

M: Beh, ce ne sono tantissimi, c’è sempre comicità con The Rainband! Nel 2012 siamo venuti in Italia per un evento in onore di Simoncelli, ”Dedicato”. Arrivammo a Milano, era estate e tutti facevano battute sul nostro nome: ci arriva una telefonata e ci dicono che il concerto sarebbe stato annullato..per pioggia! Ed era stata praticamente colpa nostra, sembra che questo nome porti davvero cambiamenti climatici(ride).

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L: Quali sono le differenze tra il pubblico italiano e il pubblico inglese secondo voi?

M: Beh, nel Regno Unito il pubblico cambia anche in base alla città in cui si suona..per esempio suonare a Glasgow comporta un pubblico molto simile a quello Italiano. Gli Italiani sono molto calorosi, ma anche in questo caso il pubblico varia: ad esempio a Milano devi farti prima conoscere con 4 o 5 show, un po’ come in Inghilterra. A Bologna, Padova, Napoli e Roma invece è diverso. l’atmosfera è pazzesca. Comunque si può anche dire che Manchester è un caso particolare, diverso da Londra: se alla gente non piaci non vengono. A Roma mi ha fatto molto effetto vedere, al concerto degli U2 allo Stadio Olimpico, vedere persone coinvolte, emozionate, che addirittura si erano portati la chitarra per cantare tutti insieme. Una cosa stupenda.

L: Molti artisti italiani dicono che all’estero le persone sono molto più curiose, acquistano anche i cd a fine serata, una bella pratica un po’ persa! Che ne pensi?

M: Penso ci possano essere tanti e diversi punti di vista. Quando sono sul palco di solito non penso a quanti cd riuscirò a vendere a fine serata. E’ bello pensare a quanto abbiamo trasmesso al pubblico con la nostra musica e la nostra performance. In Italia mi sento sempre perso in momenti pieni di sentimento, viene tutto dal cuore..

Comunque molti artisti – anche inglesi – vedono reazioni differenti in base ai Paesi dove suonano; abbiamo prima citato i Kaiser Chiefs..loro hanno avuto un grosso riscontro in Germania prima di assumere rilievo in UK. Per The Rainband in Italia c’è una bella risposta perchè la nostra storia e la connessione con le persone è nata in maniera spontanea. Alla fine nella vita è così, come dico sempre a mia figlia ”è più facile tenere il broncio che portare un sorriso, ma insieme si può lottare per avere sempre un sorriso sul viso”. Ed è una lezione che faccio a lei e che lei fa a me, perchè è fondamentale.

L: Quali sono i tuoi – e vostri  – progetti futuri?

M: Intanto portiamo a termine il lungo tour che ha seguito l’uscita di “The Shape of things to come”, durato tanti mesi. Torneremo in studio con una serie di idee che ci risuonano nella mente, con alcune influenze anni ’80 e tante energie diverse da veicolare in musica. Io poi sto lavorando ad un progetto per il ”World Mental Health Day”, che coinvolge molti artisti inglesi. Anche se non avevo mai toccato da vicino il tema penso che la vita di tutti abbia molti alti e bassi. Ho cercato di capire come si sentono le persone che soffrono di questi disturbi e ho scritto una poesia sul concetto secondo cui, grazie agli altri, possiamo ritrovare il sorriso anche nei momenti più oscuri delle nostre vite. L’amore porta luce. Quando ho portato la poesia alla fondazione mi hanno detto che sembrava una canzone..ed è così che l’abbiamo trasformata, in una canzone scritta per beneficienza – non da Rainband, non da solista – ricca di energia e di bellezza. 

L: Ultima cosa Martin, visto che sei spesso qui da noi, ci sono canzoni italiane che ti piacciono particolarmenti?

M: Certo, ascolto sempre musica italiana con Cate, la fidanzata di Marco Simoncelli. Una mi ha colpito in modo molto forte: ”L’emozione non ha voce”. Mi piace moltissimo il concetto che questa canzone porta con sè. L’emozione non deve essere necessariamente legata alla capacità di cantare, dev’esserci passione, dev’esserci cuore. Sembra che ormai ci sia una fissazione per la tecnica, ma i cantanti che hanno fatto la storia non avevano semplicemente quella, avevano messo il cuore nei loro brani.

L: Grazie Martin, è sempre un onore, per me e per Radio Cusano Campus!

M: Grazie a te Leslie e complimenti per tutto..we will always say ”Una di noi”!

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For further information:
http://therainband.co.uk/

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